di Gilda Sciortino
Una storia che arriva diretta al cuore, quella raccontata da Matteo Garrone. Lo dice lo stesso Mamadou Kouassi, il giovane ivoriano al quale è ispirata parte della storia, che oggi vive a Caserta Ci sono veri propri abissi negli occhi di chi arriva a bordo dei barconi, oceani di dolore, solutudine, desideri di riscatto che in moltissimi casi si infrangono lungo un tragitto di morte, affidando a un’immaginaria bottiglia lanciata nelle acque del Mediterraneo i tanti sogni da realizzare. Ci sono, però, occhi che riescono a illuminarsi quando vedono la costa o anche prima, nel momento in cui capiscono di essere stati avvistati dalle navi di soccorso, alle quali potere affidare tutta la trepidazione di un’attesa per il futuro tanto desiderato.
Quell’ansia di cui narra la storia di Io capitano, il film di Matteo Garrone che ha saputo raccontarci una storia di migrazione senza cadere nelle retorica o nella compassione, ma dandoci la possibilità di metterci nei panni di chi rischia la vita pur di cambiarla in meglio per sè e per la propria famiglia.
Storie difficili da raccontare, ma che possono arrivare solo grazie all’empatia, come quella che ha saputo sviluppare Mamadou Kouassi, il giovane ivoriano che ha ispirato il film di Garrone, in collegamento video da Caserta per raccontare la sua storia alla platea di partecipanti alla due giorni de Le Piazze della democrazia, iniziativa promossa a Catania dal Consorzio Umana Solidarietà con l’assessorato della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro della Regione Siciliana, i Comuni di Catania e di Paternò nei quali si è svolta l’iniziativa, in collaborazione con l’Arcidiocesi del Comune etneo, l’associazione Lavoratori stranieri del Movimento cristiano lavoratori (Als Mcl), Ancos-Unci e Mcl Sicilia.
Mamadou, quello che vediamo nel film rispecchia totalmente la realtà di quello che si vive quando si decide di affrontare un viaggio lungo il deserto e il mar Mediterraneo?
Tutto assolutamente vero. La storia inizia quando io e mio cugino decidiamo di partire e arriviamo in Libia. Poi Matteo inserisce anche altro, ma Io capitano è soprattutto la storia mia e di un ragazzo che si chiama Fofana Amara (leggi l’intervista sottostante, ndr), arrivato anche lui in Libia e poi messo in carcere. Sono due storie fuse che danno la struttura, la forza al film. Io e Fofana ci conosciamo molto bene, lui oggi vive in Belgio, ma abbiamo avuto l’occasione di portare il film in giro in Francia, per l’Europa. C’è anche da dire che la storia vera parte della Costa d’Avorio, però per girarlo abbiamo scelto il Senegal perché è un paese più stabile rispetto a quello da cui vengo io.
Tu oggi vivi a Caserta, come mai hai scelto questa città?
Dopo che sono sbarcato, sono andato a Roma e per mesi ho dormito sotto i ponti. Poi qualcuno mi ha detto: “ Ma perché non va a Napoli. Lì ci sono un sacco di immigrati”. Così mi sono spostato nel sud dell’Italia, a Castelvolturno, infine a Caserta. Qui ho conosciuto un centro sociale che lottava per i diritti per i migrati, il Movimento Migrati e Rifugiati, realtà che esiste da più di vent’anni, della quale oggi sono vicepresidente. Questo in virtù del fatto che partecipavo alle attività, ero presente, portavo le nostre petizioni al Parlamento Europeo, al Parlamento Italiano. Una sorta di riconoscimento anche per i tanti amici stranieri che credono in me. Lavoro saltuariamente come interprete per le commissioni territoriali, ma per dieci anni ho fatto anche il mediatore interculturale.
Il cinema è diventata una delle tue passioni…
Direi di si, anche se la vena artistica appartiene più a mio cugino che, lo ricorderete nel film, voleva fare il musicista. Oggi partecipo alla scrittura delle sceneggiature di alcuni film che dovrebbero uscire a breve. Con Matteo Garrone siamo sempre in contatto, gli devo molto.
Una data che ricorderai per sempre?
Certamente il 9 novembre del 2008. Come se fossi rinato. Il giorno in cui, dopo quella tragica navigazione, sono stato salvato dalla Guardia Costiera. Il 9 novembre per me vuol dire rinascita, speranza. Una giornata di celebrazione, di ricordo.
In cosa ti ha aiutato il film?
Mi ha aiutato a portare in risalto, al primo posto, la nostra narrazione. Raccontare il viaggio, le nostre sofferenze. Molti lo sapevano, lo sentivano, però questa volta, il cinema, che è cultura, ha permesso, proprio a noi che ne siamo i protagonisti, di fare arrivare al cuore della gente quello che succede durante ogni viaggio.
Secondo te, quanto è arrivato veramente?
Capire è molto difficile, lo so, perché ognuno che parte ha un sogno, che ovviamente a volte non viene condiviso, non ci chiede nessuno qual è, si pensa sempre che le persone vadao solo alla ricerca di un futuro migliore. A volte si parte per scoprire un territorio nuovo, conoscere altre identità, altre culture. Sarebbe bello chiedere, a ognuno di noi che sbarca, il piccolo sogno che abbiamo in tasca. Magari aiuterebbe, nel momento in cui qui non si realizza, per sapere come fare una volta tornato nel Paese di provenienza.
Nel film tua madre ti diceva di non partire, di rimanere per continuare a respirare l’aria che respirava lei. Quando ti sono risuonate quelle parole?
All’inizio non l’ho ascoltata, però in mezzo al viaggio mi sono ricordato delle sue parole. Comunque mi sono state di aiuto, mi hanno accompagnato in ogni momento dandomi la forza, l’energia per proseguire il viaggio. Dopo 13 anni sono tornato a casa, per la prima volta nel 2016 e, poi, ancora nel 2018.
E cosa è successo quando vi siete rivisti?
Ci siamo abbracciati come se non ci fossimo mai lasciati. Purtroppo, però, per tutti gli altri, per quelli che non appartengono alla tua famiglia, è totalmente diverso. Per loro, nel momento in cui torni dopo essere andato via, diventi straniero nel tuo stesso Paese. Avendo assorbito nuove storie, nuove culture, non ti riconoscono proprio come appartemente alla comunità, quindi diventi una persona a metà. È il pregiudizio nei confronti di chi torna dall’Europa, pensandosi europeo. Loro ti vedono proprio a metà, non sei più uno di loro al 100%.
Reintegrarsi diventa un nuovo percorso da fare
Per essere accettato, devi reintegrarti nella tua società. Questo è un percorso ancora più complicato, più lungo. È come uno che esce dal carcere e deve ritrovare il suo posto in società. E questo, nonostante tu sia partito con le più buone intenzioni, deciso a tornare per aiutare la tua famiglia, il tuo popolo.
“Io capitano” è servito anche a fare capire ciò che succede veramente a chi lascia la propria terra e si avventura nel Mediterraneo?
Proprio per questo motivo lo abbiamo portato in giro in Senegal, nelle scuole, nelle piazze, per parlare con le persone, che di solito credono che l’Europa sia il paradiso. Abbiamo detto loro che, quando arrivi, la realtà è molto diversa, le aspettative vanno in frantumi e non sai cosa ti potrà accadere.
Che cosa è successo quando lo avete proiettato?
Potete capirlo vedendo il documentario Allacciate le cinture, in onda su Rai Play, collegato al film. Per dire, quest’anno ci sono quasi 250 scuole che lo stanno facendo vedere ai ragazzi. I più giovani iniziano a capire quello che accade veramente, rendendosi conto dei tanti pericoli che potrebbero incontrare decidendo di partire. Sono stati molto felici di aver visto un film che spiegava loro le difficoltà di questo viaggio, il fatto che molti muoiono nel deserto, nelle prigioni, nel Mar Mediterraneo. Tanti ci hanno ringraziato e ci hanno detto che non desiderano più andare via.
Ma secondo te, per evitare che ragazzi come te, donne, bambini, partano richiando la vita, cosa si dovrebbe fare?
Permettere la mobilità. Perchè, dare la possibilità di viaggiare, di andare in Europa, conoscere altri luoghi, apre la mente e offre opportunità di crescita. Faccio un esempio, l’anno scorso sono stato per due mesi in America per la promozione del film. Ero a Los Angeles, ma non mi piaceva, non ce la facevo più e volevo andare via. L’ho potuto fare e sono tornato dalla mia famiglia. Dare modo alle persone di spostarsi, conoscere il mondo, le culture, aiuta a non alimentare il sogno pazzo dei ragazzi che pensano che l’Europa sia la soluzione di ogni problema.
Parlavi di famiglia, che tu ti sei costruito proprio in Italia
Si, mi sono sposato. Mia moglie di chiama Maria Rita e abbiamo due figli bellissimi, Angelo di quasi sette anni, e Francesco che ne ha quattro e mezzo. Viviamo in campagna e siamo felici.
Ma tu, i tuoi sogni, li hai realizzati?
Il mio sogno, a dire il vero, era diventare calciatore. Non lo sono diventato a livello agonistco, ma gioco in una squadra locale. Insegno, però, ai bambini, il sabato e la domenica. Diciamo che, in parte, l’ho realizzato.
Oggi ti senti libero? Cos’è per te la libertà?
Bella parola, la libertà. Io non mi sento ancora libero, perché ancora oggi ci sono enormi pregiudizi, ingiustizie che accadono continuamente, troppe persone che muoiono nel Mediterraneo. La libertà è quando vedi che tutti godono degli stessi diritti, che nessuno muore per viaggiare. Per me, “Io capitano” è stato lo strumento per portare l’attenzione su quello che accade veramente, ma la vittoria sarà quanto sapremo che le persone possono viaggiare tranquillamente. La libertà, per me è giustizia. Come si dice in francese, l’égalité, l’eguaglianza di poter avere gli stessi diritti, dall’Africa all’Europa, con la libertà di muoversi, di potersi esprimersi. Questa è la libertà, la democrazia di espressione.
Che colore ha la tua vita oggi?
Sicuramente verde. È verde di speranza, di proseguire il mio cammino, di aiutare anche attraverso il cinema, attraverso la lotta per i diritti. Verde perchè è il colore del cambiamento, della possibilità da dare alle persone di essere qui. Quello che amo fare ogni giorno.
Fonte: Vita.it – «Grazie a “Io Capitano” i giovani africani hanno capito che l’Europa non è il paradiso»
